Quando il dolore blocca le emozioni del bambino

"PERCHE' MI HAI ABBANDONATO ? GRIDO DI GIORNO E NON MI RISPONDI, DI NOTTE E NON TROVO ASCOLTO ..." Salmo 22 (1-3)

“PERCHE’ MI HAI ABBANDONATO ? GRIDO DI GIORNO E NON MI RISPONDI, DI NOTTE E NON TROVO ASCOLTO …”
Salmo 22 (1-3)

 

All’inizio dello sviluppo della vita psichica gli stati affettivi giocano un ruolo determinante ed aiutano il bambino nell’acquisizione del linguaggio e nella decodifica delle sensazioni che prova, e di cui il corpo, spesso, è il primo luogo di espressione.

La storia di ciascuno  deriva dalle reali esperienze vissute, anche da quelle che “restano dentro di noi” e che non vengono verbalizzate. Tutta l’esperienza di per sé non è traducibile e quella che viene espressa diventa tale perché è stata a suo tempo “metabolizzata”; ovvero ha richiesto un’opera di elaborazione, di integrazione, per arrivare alla produzione simbolica.

Il bambino generalmente organizza le proprie esperienze e la propria vita mentale nei primi diciotto mesi di vita e solo in seguito acquisirà padronanza nell’ utilizzo del linguaggio. Il fatto di poter vivere con le figure di accudimento una relazione d’appoggio stabile, continuativa, basata sullo scambio emotivo e sulla capacità di vedere accolti in modo adeguato e responsivo i propri bisogni, permette al bambino di sviluppare i propri stati emotivi interni, di dare loro un significato ( ad esempio quando la mamma interviene perché capisce che il proprio bambino ha fame e lo nutre), ma anche di aprirsi allo sviluppo delle rappresentazioni, del proprio immaginario, gettando le basi per iniziare a distinguere tra mondo esterno e mondo interno.

Tuttavia è altrettanto necessario che il bambino impari a sentire, a definire e a usare le proprie emozioni; ovvero ad esprimere ciò che ha dentro di sé, ad essere consapevole della propria identità, ad avere fiducia nelle proprie capacità, desideri e bisogni. Tutto questo è ancor più vero nella cosiddetta infanzia difficile,  o meglio in tutte quelle situazioni in cui il bambino è costretto a confrontarsi con la malattia, la sofferenza, la disabilità.

Accade pertanto che il dolore blocchi le emozioni del bambino, che, represse non scompaiono; anzi, “proliferano nel buio”. Bambini che non piangono mai o che, al contrario, piangono continuamente. Bambini che ricorrono all’auto-contenimento, ovvero bambini che non chiedono più, o che non hanno mai chiesto e che imparano a vivere le proprie emozioni in solitudine. In ogni caso tutte queste emozioni represse finiscono per bloccare il bambino, tenendolo prigioniero in modi di pensare e in comportamenti schematizzati e ripetitivi. Come aiutarli?

La famiglia e il ruolo dell’adulto restano centrali nella misura in cui permettono al bambino di sentirsi libero di esprimere la propria verità, per arrivare a comprendere e a gestire la propria emotività. Un clima empatico, di ascolto e di interesse per ciò che l’altro sperimenta dovrebbe caratterizzare ogni ambiente relazionale che coinvolga i bambini, da quello familiare ai contesti istituzionali e di cura.

Il primo passo è quello di parlare delle emozioni; verbalizzare è già un primo modo di gestire.

In secondo luogo è importante riconoscere l’emozione del bambino, mai negarla o minimizzarla e, soprattutto, evitare le colpevolizzazioni. Piuttosto, di fronte ad una reazione emotiva forte del bambino, cercare di riconoscerla, spiegando i motivi per cui il comportamento legato a quell’emozione non è accettabile. “Vedo che sei arrabbiato. Ti capisco, ma se ti comporti così puoi farti male o fare male a qualcun altro”. Questo è un passaggio fondamentale. Solo dopo aver espresso come sa e come può la sua emozione, e dopo essersi sentito compreso, il bambino può calmarsi e affrontare la sua problematica da un punto di vista più razionale.

Nell’infanzia difficile la sofferenza fisica e la disabilità, inoltre, creano una maggiore complessità. Il bambino malato non ha incognite, bensì certezze. Sa che sentirà male e che avrà dolore. Può sentirsi confuso, smarrito, angosciato e decidere più o meno consapevolmente che esistono ambiti dell’esperienza umana in cui è meglio non addentrarsi troppo, o perché troppo dolorosi o perché gli adulti che lo circondano sembrano non ritenerli importanti. Così la capacità di comunicare con gli altri si affievolisce come la possibilità di analizzare e integrare gli aspetti più difficili e coinvolgenti dell’esistenza.

Sebbene il bambino guardi il mondo attraverso lenti diverse rispetto a quelle dell’adulto, le sue capacità relazionali non andrebbero mai sottovalutate e segnali di criticità  in tal senso dovrebbero sempre essere riconosciuti e affrontati, dalla famiglia in primis, e, laddove ciò non dovesse essere sufficiente, da uno specialista.

Le tecniche di rilassamento progressivo (Tecnica di E. Jacobson) e il metodo delle visualizzazioni guidate possono costituire un valido aiuto per la gestione delle emozioni in bambini sofferenti, affetti da gravi disabilità e/ con problematiche di gestione e controllo delle emozioni, in abbinamento ad interventi di sostegno psicologico.

Il dare valore all’emotività e all’affettività nell’infanzia costituisce un impegno imprescindibile e una responsabilità non delegabile per chiunque concorra al delinearsi di un sano sviluppo psichico nel  bambino. Quest’ultimo, come l’autonomia dei bambini, è sempre il risultato della loro storia d’amore primaria, quella con i propri genitori.

 

 

 

 

 

 

 

 

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