Psicosomatica: è il corpo che parla!

E SE FOSSI IO A DIRTI QUELLO CHE NON VUOI SENTIRTI DIRE, TU MI ASCOLTERESTI?

E SE FOSSI IO A DIRTI QUELLO CHE NON VUOI SENTIRTI DIRE, TU MI ASCOLTERESTI?

 

L’approccio psicosomatico ha in realtà una portata generale e rimanda all’idea di affrontare quelli che sono i rapporti tra ciò che è fisico e ciò che è psichico, non in termini di opposizione o di separazione, bensì in termini di interazione (unità mente-corpo).

Si tratta di una prospettiva globale e in tal senso si può dire che tutte le malattie siano “psicosomatiche” : ogni malattia è un’alterazione dell’essere nella sua totalità, e non ci si ammala in qualsiasi circostanza. Potremo scovare un senso esistenziale in ogni affezione somatica.

Un certo numero di manifestazioni possono essere definite psicosomatiche. Di cosa si tratta? Evidentemente si tratta di affezioni viscerali che comportano vere e proprie alterazioni anatomiche. La malattia psicosomatica appare come una reazione del malato alle condizioni della sua esistenza, come una sorta di “errore” negli scambi con l’ambiente che lo circonda. Così del soggetto non si può dire che abbia una malattia, ma piuttosto si dice che è malato!

La prospettiva psicosomatica ci invita pertanto a tener conto di una causalità plurifattoriale, che contempla, tra i diversi fattori coinvolti, anche una problematica conflittuale, radicata nella storia personale del soggetto e che si “scarica” sul corpo. Così un organo sembra sacrificarsi a difesa dell’individuo. Un solo organo inizia a parlarci di emozioni che non si riesce a verbalizzare.

Le affezioni psicosomatiche più frequenti e studiate sono quelle che colpiscono la sfera digestiva , l’apparato respiratorio, la pelle e l’apparato cardio-vascolare: dall’ulcera gastro-duodenale all’asma e all’ipertensione arteriosa. Tuttavia è bene precisare che il nostro organismo esposto allo stress può ammalarsi, ma che lo stress, in ogni caso, risulta essere un fattore a-specifico; nel senso che può giocare un ruolo nel far emergere una predisposizione al manifestarsi di certe patologie.

Quello che ormai gli studi di settore hanno ampiamente dimostrato è che il grado più o meno elevato di mentalizzazione  può svolgere un importante ruolo protettivo. Il compito di un intervento psicologico pertanto in simili disturbi è proprio sul gradiente di mentalizzazione del soggetto.

La mentalizzazione è la capacità di rappresentarsi gli stati mentali propri e altrui in termini di credenze e stati emotivi; è la capacità di simbolizzare i conflitti affettivi, ma anche di attribuire un significato alla propria sofferenza emotiva e ai propri impulsi. Incoraggiare  a mentalizzare (Fonagy) diventa allora particolarmente significativo laddove vi sia una difficoltà a verbalizzare i propri affetti, a trovare le parole per esprimere le proprie emozioni, ad accedere alla propria vita fantasmatica che risulta come “bloccata”; evitando che certi conflitti prendano la strada del corpo.

“Cosa penso di quello che mi è successo o sta accadendo? Quanto dipende da me e quanto dagli altri? Cosa provo, cosa sento in questo momento? ” : la mentalizzazione ha sempre a che fare con le relazione e la capacità di mentalizzare si struttura a partire dalla relazione di attaccamento che sviluppiamo nel corso della prima infanzia con le nostre figure di riferimento. “Imitare per essere”, scriveva Gaddini; è quello che fa il bambino e d’altronde è attraverso la relazione psicoterapeutica e attraverso il rispecchiamento che in essa avviene, che possiamo prendere contatto con le nostre emozioni e sviluppare o accrescere tale capacità.

La nostra matrice è corporea e la nostra mente in fondo è  un modo raffinato di essere del corpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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