ATTACCHI DI PANICO : COSA SONO E CHE COSA CI COMUNICANO?

 

"SE OGNI GIORNO CADE/ DENTRO OGNI NOTTE/ C'E' UN POZZO/ DOVE LA CHIARITA' STA RINCHIUSA./ BISOGNA SEDERSI SUL BORDO/ DEL POZZO DELL'OMBRA/ E PESCARE LUCE CADUTA/ CON PAZIENZA."  Pablo Neruda

“SE OGNI GIORNO CADE/ DENTRO OGNI NOTTE/ C’E’ UN POZZO/ DOVE LA CHIARITA’ STA RINCHIUSA./ BISOGNA SEDERSI SUL BORDO/ DEL POZZO DELL’OMBRA/ E PESCARE LUCE CADUTA/ CON PAZIENZA.”
Pablo Neruda

L’attacco di panico può essere circoscritto ad un breve periodo preciso in cui l’individuo viene improvvisamente travolto da uno stato di terrore , spesso legato all’urgenza di fuggire  di fronte a eventi ritenuti catastrofici e incombenti.

I sintomi raggiungono il picco generalmente in dieci minuti  e sono almeno quattro fra i seguenti: palpitazioni, sudorazione, tremori, dispnea, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazione di sbandamento, instabilità, svenimento, testa leggera, senso di irrealtà (derealizzazione), sensazione di sentirsi staccati da se stessi (depersonalizzazione), paura di perdere il controllo, paura di morire, parestesie, sensazioni di torpore o formicolio, brividi, vampate di calore o vertigini.

La sintomatologia è soprattutto organica e assomiglia a quanto si prova nelle prime fasi di un infarto. Spesso chi sperimenta un attacco di panico verbalizza espressioni di questo tipo: ” sto per morire!”, ” non riesco più a respirare, ho un dolore al petto che mi fa soffocare!”. Il vissuto è intenso, particolarmente angosciante e spesso accade che si venga condotti al pronto soccorso proprio perché il disturbo viene equivocamente interpretato come un malessere di carattere cardiologico.

Quello che in realtà sta accadendo è una sorta di travaso improvviso di ansia, che la persona non riesce a contenere. L’ansia è sempre espressione di un conflitto che è importante indagare e rielaborare; una specie di campanello d’allarme che ci avverte di un pericolo da individuare. Non si tratta tuttavia di un pericolo reale e tangibile, quanto piuttosto di una minaccia al proprio benessere psichico.

Di frequente gli attacchi di panico insorgono in situazioni di separazione e sarà pertanto importante esplorare in psicoterapia le tematiche legate alla dipendenza e all’autonomia; accade inoltre che la situazione in cui avviene l’attacco di panico possa essere proprio quella di cui poi il soggetto avrà paura. Continuare a sottostare alle regole che il mondo ci obbliga a seguire inevitabilmente può portare ad essere ciechi verso le proprie e a non rispettare la propria natura. L’ansia allora viene a trovarci e lo fa per un motivo e in un tempo ben preciso: ci avverte che non stiamo ascoltando qualcosa di significativo dentro di noi e che dobbiamo spostare l’asse della nostra attenzione, magari abbandonando “modelli” nei quali ci siamo finora identificati.

Per capire quello che l’ansia o, nello specifico l’attacco di panico, vuole dirci, è fondamentale “ascoltarsi”. Se è vero che ciascuno di noi ha una propria direzione da percorrere, la prima persona che dobbiamo imparare a rispettare siamo noi stessi, senza aver timore, per questo, di deludere o ferire gli altri.

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I FANTASMI NELLA STANZA DEI BAMBINI: L’EREDITA’ TRANSGENERAZIONALE

 

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* Articolo tratto da State of Mind. Produzione Riservata.

Nel momento successivo alla nascita il nuovo nato compie il primo tentativo di adattamento ad un ambiente differente e meno protetto sostenuto dalla funzione di caretaker che è parte del patrimonio di tutte le specie. La sua innata predisposizione a stabilire una relazione con chi si occupa di lui è indipendente dal fatto che questo gli fornisca cibo e nutrimento. In questo periodo è il sostegno dato all’Io dall’assistenza materna che permette al piccolo di vivere e di svilupparsi, malgrado egli non sia ancora capace di sentirsi responsabile di ciò che è buono e cattivo nell’ambiente e di controllarlo (Winnicot, 1970) .

Le ricerche condotte in campo psicoanalitico sull’importanza delle relazioni familiari per lo sviluppo dell’individuo hanno indicato la consultazione terapeutica, una prospettiva di salute per l’intero nucleo familiare, favorendo l’abbandono di una consultazione esclusiva sulla prima infanzia. Le finalità principali di un tale impegno erano quelle di promuovere il miglioramento delle competenze genitoriali e le potenzialità di sviluppo del bambino.

Il lavoro pioneristico compiuto della psicoanalista Selma Fraiberg, in questo ambito di studi, costituisce il frutto di anni di esperienza clinica con le famiglie nel portare alla luce remote angosce e la loro influenza sulle relazioni familiari.

I fantasmi di cui l’autrice parla, intrusi del passato che hanno preso la residenza nella stanza dei bambini, costituiscono l’eredità psicologica di una tragedia familiare destinata a ripetersi per generazioni, la cui individuazione, ha aperto la via alla comprensione della ripetizione del passato nel presente. Un’indagine che con accoglienza, attenzione e silenzio concede l’emergere di orrori rimossi che legano genitori, figli e nipoti in una perversa spirale di sofferenza. Un passato di segreti di famiglia, promiscuità, crimine, abbandono, abusi infantili, trascuratezza, disordine e anche psicosi accomunano due donne la sig.ra March e Annie e le relazioni problematiche con il loro figli, Maria e Greg.

Il comportamento dei bambini, giunti molto piccoli in osservazione, a soli rispettivamente cinque e tre mesi era permeato per lo più da una difesa molto forte nei confronti del caregiver, l’evitamento. Pochi o nessuno sguardo, sorrisi o vocalizzi, né tentativi di girare la testa verso la mamma o di cercarla in momenti di angoscia o disagio. Quasi una profonda compromissione del canale uditivo e visivo peggiorato nel caso di Greg anche da denutrizione.

In assenza di modelli di trattamento a disposizione, l’impresa compiuta dalla Fraiberg e dai suoi collaboratori è stata quella di sviluppare un programma per la salute mentale infantile introducendo via via metodi nel corso dell’attività clinica. L’utilizzo del transfert, la ripetizione del passato nel presente e l’interpretazione erano al centro della psicoterapia psicoanalitica utilizzata, accompagnata da osservazioni dello sviluppo del bambino e della responsività del comportamento materno.

La risposta al quesito clinico che coinvolge le madri in una abnorme difficoltà di ascolto delle grida strazianti degli infanti proviene dalla storia degli stessi dei genitori, affollata di fantasmi.

L’individuo singolarmente preso non utilizza tutti i possibili meccanismi di difesa, ma si limita a selezionarne alcuni, questi però si fissano nel suo Io, diventano modalità abituali di reazione del suo carattere che si ripetono nel corso dell’intera esistenza ogniqualvolta, si presenta una situazione analoga a quella originaria (Freud, 1937).

La signora March era stata a sua volta una bambina abbandonata da una madre che aveva sofferto di psicosi post-partum, cresciuta prima da una zia ed in seguito dalla nonna in una situazione di povertà e promiscuità. Si tratta di una madre le cui grida non sono state sentite, il cui dolore insopportabile è stato tagliato fuori, lasciando spazio ad uno sguardo vuoto e senza speranza, proprio quello che traspariva dagli occhi dalla piccola Marie. La rivelazione dei vecchi sentimenti di bambina era sopraggiunta grazie al lavoro terapeutico, così come il sollievo di poter piangere e sentire il conforto e la comprensione del suo terapeuta. L’ascolto delle grida della madre aveva permesso l’ascolto di quelle del suo bambino innescando una serie di cambiamenti positivi nella relazione diadica con scambi di tenerezze e attenzioni.

 Il passato di sofferenze di Annie, una mamma adolescente che alterna accessi di rabbia a umore estremamente depresso aveva ugualmente compromesso la capacità di prendersi cura del suo bambino Greg. Annie era stata abbandonata dalla madre e picchiata per banali disobbedienze dal suo patrigno alcolizzato. Un’intensa paura che impulsi sadici e distruttivi potessero condurla a picchiare e uccidere il suo bambino, proprio come faceva il suo patrigno con lei, la costringeva a evitare il contatto con il piccolo. Anche in questo caso la vicinanza consapevole con vissuti emotivi di rabbia, paura, tristezza e abbandono, le ha consentito di separarsi della dall’identificazione con l’aggressore in atto, in favore di un avvicinamento al figlio. I progressi compiuti hanno permesso di sradicare prima l’evitamento, poi uno strano sorriso che il bambino mostrava ai suoi comportamenti aggressivi, gli stessi che lei aveva usato per tollerare affetti dolorosi.

Un esame profondo delle dinamiche relazionali disfunzionali, l’attribuzione di un significato a comportamenti distruttivi o scarsamente responsivi, sentire le proprie emozioni, può rappresentare un dispositivo di prima scelta delle nuove generazioni di genitori. Accogliere la nascita di un bambino concretamente comporta il riesame del proprio mondo interiore, delle figure, delle relazioni, delle emozioni, delle esperienze che l’hanno definito e l’elaborazione di antiche sofferenze in modo da aprirsi a questo passaggio con piena maturità.

Diventare genitore diviene così un compito complesso da gestire, in cui si palesano aspetti concreti e fantasmatici trasmessi dal genitore al figlio e in cui è indispensabile raggiungere la guarigione del caregiver per il funzionamento ottimale dell’intero nucleo familiare.

 

BIBLIOGRAFIA:

 

 

 

 

Alessitimia. Quando mancano le parole per le emozioni…

 

 

 

 

Se pensiamo alla nostra infanzia e all’educazione che abbiamo ricevuto, molto probabilmente qualche adulto di riferimento ci avrà detto che sarebbe stato bene esprimere e tirar fuori sempre le proprie emozioni, o all’opposto, che invece tutto ciò era di scarsa utilità. Pertanto sarebbe stato più opportuno “vedersela da sé”, magari reprimendole o dando loro scarsa importanza.

Che ne facciamo noi delle nostre emozioni? Che posto occupano nella nostra vita? Pensiamo e riflettiamo su di esse o riteniamo che siano secondarie rispetto al mondo fisico e all’agire?

Oggi non vi sono più dubbi che la consapevolezza e l’espressione delle emozioni siano indispensabili per il mantenimento di uno stato di benessere. Tuttavia esserne consapevoli e capaci di esprimerle non risulta così scontato.

Negli anni Cinquanta MacLean spiegò la difficoltà nel riconoscimento delle emozioni riscontrata nei pazienti che soffrivano di disturbi psicosomatici. Le emozioni non potendo essere rappresentate psicologicamente  sotto forma di desideri, fantasie e pensieri, si esprimerebbero solo corporeamente attraverso un’attività viscerale.

Successivamente si cominciò a studiare questo argomento anche da un punto di vista psicoanalitico, quando a Parigi alcuni ricercatori, guidati da Pierre Marty, pubblicarono una serie di osservazioni tratte da psicoterapie condotte su pazienti che soffrivano di malattie mediche. L’assenza di un’adeguata elaborazione psicologica di emozioni e traumi, farebbe sì che questi si esprimano prevalentemente nel corpo.

Inoltre il pensiero è spesso carente di fantasia e creatività e la modalità di relazione con l’altro risulta spesso priva di emozioni. E’ come se nel rapporto con gli altri ci si coinvolgesse solo a metà! Spesso manca il riferimento ai propri vissuti, ai sentimenti, ai propri desideri e c’è la tendenza a ricorrere all’azione per evitare problemi e conflitti. Le relazioni affettive, pertanto, si caratterizzano per un eccesso di superficialità o al contrario per un’eccessiva dipendenza.

L’importanza del concetto di alessitimia è tale da essere considerato come un nuovo potenziale paradigma per la psicosomatica che potrebbe sostituire o integrare le teorie che vedono le malattie come conseguenze di conflitti psicologici.

Negli ultimi trent’anni questa ipotesi è stata oggetto di centinaia di ricerche cliniche e sperimentali che hanno confermato il suo valore sul piano diagnostico e terapeutico. la presenza di tratti alessitimici viene quindi ritenuta oggi un importante fattore di rischio psicosomatico.

L’alessitimia tuttavia non è sempre associata a condizioni di malattia, me è un tratto che si riscontra con elevata frequenza anche nella popolazione sana; ad esempio è stato evidenziato in circa un quarto di un vasto gruppo di adolescenti. Non costituisce quindi una diagnosi psicopatologica , ma è piuttosto un tratto stabile di personalità che interagisce in modo specifico con altri fattori biologici e psicosociali, predisponendo alla somatizzazione e allo sviluppo di talune malattie.

Attraverso un percorso psicologico finalizzato a sollecitare la riflessione e la possibilità di poter pensare le proprie emozioni, è possibile acquisire una maggiore consapevolezza di sé, ristabilendo  l’equilibrio tra mente e corpo. In questo sta la saggezza dell’antico detto: mens sana in corpore sano!

 

Fonte:  G. Trombini, F. Baldoni, ” DISTURBI PSICOSOMATICI”, Il Mulino, Bologna, 2001.

 

 

 

Chiamiamole Emozioni…

"OGNI EMOZIONE E' UN MESSAGGIO. IL VOSTRO COMPITO E' ASCOLTARE." G. Zukav

“OGNI EMOZIONE E’ UN MESSAGGIO. IL VOSTRO COMPITO E’ ASCOLTARE.”
G. Zukav

 

“Capire tu non puoi/tu chiamale se vuoi/ emozioni…” recitava una strofa di una memorabile canzone di Battisti. Ineffetti le nostre emozioni sono tutto; possono anche causarci sofferenza, ma senza sarebbe impensabile orientarsi nella vita. Per questo non andrebbero mai ignorate. Eppure spesso non è così scontato decifrare quello che si prova; a volte la paura può confondersi con la rabbia o addirittura con la tristezza. Altre volte le emozioni sono così violente che invadono completamente, bloccando la capacità di pensare; o ancora non si riesce ad esprimerle, a verbalizzarle. Restano sommerse da qualche parte e inconsapevolmente determinano le nostre scelte.

Trovare “le parole per dirlo”, accettare anche le emozioni più negative (l’invidia, l’odio, l’essere egoisti) che, in questo modo divengono pensabili, tollerare l’ambivalenza, in fondo insita in ogni rapporto umano, permette di vivere un rapporto più autentico con se stessi. Possiamo avere pensieri ed emozioni di cui non siamo consapevoli. Questa è la regola, non l’eccezione, perché la maggior parte della nostra vita mentale si svolge al di fuori della propria coscienza. Tuttavia diventare consapevoli di ciò che si pensa  e di ciò che si sente, significa essere più liberi!

Pensiamo alla gioia che riusciamo a  leggere nella luce di certi occhi ma anche a quelle emozioni più fragili e segrete che chiedono di essere riconosciute e ascoltate, come nel dolore e nella sofferenza. In ogni caso da esse non possiamo prescindere, sia che si voglia tentare di conoscere se stessi, sia per lo svolgimento di ogni relazione interpersonale.

Precisamente, poiché ciascuno di noi è un’ individualità irripetibile, nei vari contesti in cui possiamo trovarci, avremo i nostri particolari pensieri e le nostre particolari emozioni. Nei vari avvenimenti di vita, è come se ciascuno di noi avesse il suo esclusivo modo di funzionare; d’altronde ciascuno ha la sua organizzazione di personalità. E ” Il miglioramento in psicoterapia passa attraverso la consapevolezza di quella che è la propria modalità”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Psicosomatica: è il corpo che parla!

E SE FOSSI IO A DIRTI QUELLO CHE NON VUOI SENTIRTI DIRE, TU MI ASCOLTERESTI?

E SE FOSSI IO A DIRTI QUELLO CHE NON VUOI SENTIRTI DIRE, TU MI ASCOLTERESTI?

 

L’approccio psicosomatico ha in realtà una portata generale e rimanda all’idea di affrontare quelli che sono i rapporti tra ciò che è fisico e ciò che è psichico, non in termini di opposizione o di separazione, bensì in termini di interazione (unità mente-corpo).

Si tratta di una prospettiva globale e in tal senso si può dire che tutte le malattie siano “psicosomatiche” : ogni malattia è un’alterazione dell’essere nella sua totalità, e non ci si ammala in qualsiasi circostanza. Potremo scovare un senso esistenziale in ogni affezione somatica.

Un certo numero di manifestazioni possono essere definite psicosomatiche. Di cosa si tratta? Evidentemente si tratta di affezioni viscerali che comportano vere e proprie alterazioni anatomiche. La malattia psicosomatica appare come una reazione del malato alle condizioni della sua esistenza, come una sorta di “errore” negli scambi con l’ambiente che lo circonda. Così del soggetto non si può dire che abbia una malattia, ma piuttosto si dice che è malato!

La prospettiva psicosomatica ci invita pertanto a tener conto di una causalità plurifattoriale, che contempla, tra i diversi fattori coinvolti, anche una problematica conflittuale, radicata nella storia personale del soggetto e che si “scarica” sul corpo. Così un organo sembra sacrificarsi a difesa dell’individuo. Un solo organo inizia a parlarci di emozioni che non si riesce a verbalizzare.

Le affezioni psicosomatiche più frequenti e studiate sono quelle che colpiscono la sfera digestiva , l’apparato respiratorio, la pelle e l’apparato cardio-vascolare: dall’ulcera gastro-duodenale all’asma e all’ipertensione arteriosa. Tuttavia è bene precisare che il nostro organismo esposto allo stress può ammalarsi, ma che lo stress, in ogni caso, risulta essere un fattore a-specifico; nel senso che può giocare un ruolo nel far emergere una predisposizione al manifestarsi di certe patologie.

Quello che ormai gli studi di settore hanno ampiamente dimostrato è che il grado più o meno elevato di mentalizzazione  può svolgere un importante ruolo protettivo. Il compito di un intervento psicologico pertanto in simili disturbi è proprio sul gradiente di mentalizzazione del soggetto.

La mentalizzazione è la capacità di rappresentarsi gli stati mentali propri e altrui in termini di credenze e stati emotivi; è la capacità di simbolizzare i conflitti affettivi, ma anche di attribuire un significato alla propria sofferenza emotiva e ai propri impulsi. Incoraggiare  a mentalizzare (Fonagy) diventa allora particolarmente significativo laddove vi sia una difficoltà a verbalizzare i propri affetti, a trovare le parole per esprimere le proprie emozioni, ad accedere alla propria vita fantasmatica che risulta come “bloccata”; evitando che certi conflitti prendano la strada del corpo.

“Cosa penso di quello che mi è successo o sta accadendo? Quanto dipende da me e quanto dagli altri? Cosa provo, cosa sento in questo momento? ” : la mentalizzazione ha sempre a che fare con le relazione e la capacità di mentalizzare si struttura a partire dalla relazione di attaccamento che sviluppiamo nel corso della prima infanzia con le nostre figure di riferimento. “Imitare per essere”, scriveva Gaddini; è quello che fa il bambino e d’altronde è attraverso la relazione psicoterapeutica e attraverso il rispecchiamento che in essa avviene, che possiamo prendere contatto con le nostre emozioni e sviluppare o accrescere tale capacità.

La nostra matrice è corporea e la nostra mente in fondo è  un modo raffinato di essere del corpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando il dolore blocca le emozioni del bambino

"PERCHE' MI HAI ABBANDONATO ? GRIDO DI GIORNO E NON MI RISPONDI, DI NOTTE E NON TROVO ASCOLTO ..." Salmo 22 (1-3)

“PERCHE’ MI HAI ABBANDONATO ? GRIDO DI GIORNO E NON MI RISPONDI, DI NOTTE E NON TROVO ASCOLTO …”
Salmo 22 (1-3)

 

All’inizio dello sviluppo della vita psichica gli stati affettivi giocano un ruolo determinante ed aiutano il bambino nell’acquisizione del linguaggio e nella decodifica delle sensazioni che prova, e di cui il corpo, spesso, è il primo luogo di espressione.

La storia di ciascuno  deriva dalle reali esperienze vissute, anche da quelle che “restano dentro di noi” e che non vengono verbalizzate. Tutta l’esperienza di per sé non è traducibile e quella che viene espressa diventa tale perché è stata a suo tempo “metabolizzata”; ovvero ha richiesto un’opera di elaborazione, di integrazione, per arrivare alla produzione simbolica.

Il bambino generalmente organizza le proprie esperienze e la propria vita mentale nei primi diciotto mesi di vita e solo in seguito acquisirà padronanza nell’ utilizzo del linguaggio. Il fatto di poter vivere con le figure di accudimento una relazione d’appoggio stabile, continuativa, basata sullo scambio emotivo e sulla capacità di vedere accolti in modo adeguato e responsivo i propri bisogni, permette al bambino di sviluppare i propri stati emotivi interni, di dare loro un significato ( ad esempio quando la mamma interviene perché capisce che il proprio bambino ha fame e lo nutre), ma anche di aprirsi allo sviluppo delle rappresentazioni, del proprio immaginario, gettando le basi per iniziare a distinguere tra mondo esterno e mondo interno.

Tuttavia è altrettanto necessario che il bambino impari a sentire, a definire e a usare le proprie emozioni; ovvero ad esprimere ciò che ha dentro di sé, ad essere consapevole della propria identità, ad avere fiducia nelle proprie capacità, desideri e bisogni. Tutto questo è ancor più vero nella cosiddetta infanzia difficile,  o meglio in tutte quelle situazioni in cui il bambino è costretto a confrontarsi con la malattia, la sofferenza, la disabilità.

Accade pertanto che il dolore blocchi le emozioni del bambino, che, represse non scompaiono; anzi, “proliferano nel buio”. Bambini che non piangono mai o che, al contrario, piangono continuamente. Bambini che ricorrono all’auto-contenimento, ovvero bambini che non chiedono più, o che non hanno mai chiesto e che imparano a vivere le proprie emozioni in solitudine. In ogni caso tutte queste emozioni represse finiscono per bloccare il bambino, tenendolo prigioniero in modi di pensare e in comportamenti schematizzati e ripetitivi. Come aiutarli?

La famiglia e il ruolo dell’adulto restano centrali nella misura in cui permettono al bambino di sentirsi libero di esprimere la propria verità, per arrivare a comprendere e a gestire la propria emotività. Un clima empatico, di ascolto e di interesse per ciò che l’altro sperimenta dovrebbe caratterizzare ogni ambiente relazionale che coinvolga i bambini, da quello familiare ai contesti istituzionali e di cura.

Il primo passo è quello di parlare delle emozioni; verbalizzare è già un primo modo di gestire.

In secondo luogo è importante riconoscere l’emozione del bambino, mai negarla o minimizzarla e, soprattutto, evitare le colpevolizzazioni. Piuttosto, di fronte ad una reazione emotiva forte del bambino, cercare di riconoscerla, spiegando i motivi per cui il comportamento legato a quell’emozione non è accettabile. “Vedo che sei arrabbiato. Ti capisco, ma se ti comporti così puoi farti male o fare male a qualcun altro”. Questo è un passaggio fondamentale. Solo dopo aver espresso come sa e come può la sua emozione, e dopo essersi sentito compreso, il bambino può calmarsi e affrontare la sua problematica da un punto di vista più razionale.

Nell’infanzia difficile la sofferenza fisica e la disabilità, inoltre, creano una maggiore complessità. Il bambino malato non ha incognite, bensì certezze. Sa che sentirà male e che avrà dolore. Può sentirsi confuso, smarrito, angosciato e decidere più o meno consapevolmente che esistono ambiti dell’esperienza umana in cui è meglio non addentrarsi troppo, o perché troppo dolorosi o perché gli adulti che lo circondano sembrano non ritenerli importanti. Così la capacità di comunicare con gli altri si affievolisce come la possibilità di analizzare e integrare gli aspetti più difficili e coinvolgenti dell’esistenza.

Sebbene il bambino guardi il mondo attraverso lenti diverse rispetto a quelle dell’adulto, le sue capacità relazionali non andrebbero mai sottovalutate e segnali di criticità  in tal senso dovrebbero sempre essere riconosciuti e affrontati, dalla famiglia in primis, e, laddove ciò non dovesse essere sufficiente, da uno specialista.

Le tecniche di rilassamento progressivo (Tecnica di E. Jacobson) e il metodo delle visualizzazioni guidate possono costituire un valido aiuto per la gestione delle emozioni in bambini sofferenti, affetti da gravi disabilità e/ con problematiche di gestione e controllo delle emozioni, in abbinamento ad interventi di sostegno psicologico.

Il dare valore all’emotività e all’affettività nell’infanzia costituisce un impegno imprescindibile e una responsabilità non delegabile per chiunque concorra al delinearsi di un sano sviluppo psichico nel  bambino. Quest’ultimo, come l’autonomia dei bambini, è sempre il risultato della loro storia d’amore primaria, quella con i propri genitori.

 

 

 

 

 

 

 

 

Salvaguardiamo la nostra salute psichica

 

"DOBBIAMO AMARE TUTTO CIO' CHE E' VECCHIO FINCHE LO MERITA, MA IN FONDO DOBBIAMO VIVERE PER IL NUOVO. E NON DOBBIAMO MAI DIMENTICARE IL GRANDE LEGAME CHE UNISCE LE COSE." T. Fontane

“DOBBIAMO AMARE TUTTO CIO’ CHE E’ VECCHIO FINCHE LO MERITA, MA IN FONDO DOBBIAMO VIVERE PER IL NUOVO. E NON DOBBIAMO MAI DIMENTICARE IL GRANDE LEGAME CHE UNISCE LE COSE.”
T. Fontane

Più che mai oggi, anche alla luce delle ultime considerazioni in merito da parte dell’O.M.S., il concetto di salute rimanda ad un’idea di unità, ad una visione globale dell’uomo, della sua individualità e del suo “essere” nel mondo. Il modello medico, pertanto, di cura e salvaguardia della persona, ha bisogno di essere integrato con le discipline che attengono alla soggettività e al mondo interno. La nostra realtà psichica influenza il nostro benessere ed è il motore della nostra vita di relazione. In ciascuna individualità si annidano gruppi di interessi, nuclei di verità, tracce di una memoria storica affettiva che si costruisce fin dalle prime relazioni significative con l’Altro da noi e che definiscono il nostro modo di funzionare nel mondo. Modalità che possono rivelarsi efficaci, ma che d’altronde possono risultare spesso anche inadeguate. Ciò accade principalmente quando un cambiamento, un evento traumatico, la “crisi” irrompe nella nostra vita costringendoci ad un nuovo riassetto, alla ridefinizione di un nuovo equilibrio psichico. Si tratta di un lavoro necessario ma faticoso, che ci mette di fronte a noi stessi, alle nostre inquietudini e che ci invita al confronto, anche con le nostre inconsapevolezze. Da soli spesso non si può; nel tentativo di catturare l’immagine nello specchio capita che ci si inganni. Tuttavia tali aspetti possono evidenziarsi nell’ambito di un rapporto duale dove lo psicologo, lo psicoterapeuta è in grado, sulla base di una sua sensibilità e di una specificità acquisita, di dipanare dimensioni altrimenti non coglibili. Possiamo immaginare un vettore ideale che rappresenti la vita di ciascun individuo; sulla direttrice dello sviluppo si può procedere in avanti verso la crescita o tornare indietro in senso regressivo. Si procede comunque per crisi intense che costituiscono momenti nodali in cui condizioni ormai inadeguate possono essere superate o rappresentare una tappa di arresto. L’obiettivo resta quello di ottenere ogni volta un salto qualitativo e maturativo, visto che, sebbene si faccia fatica a crederlo, nulla è più certo del cambiamento.