I FANTASMI NELLA STANZA DEI BAMBINI: L’EREDITA’ TRANSGENERAZIONALE

 

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* Articolo tratto da State of Mind. Produzione Riservata.

Nel momento successivo alla nascita il nuovo nato compie il primo tentativo di adattamento ad un ambiente differente e meno protetto sostenuto dalla funzione di caretaker che è parte del patrimonio di tutte le specie. La sua innata predisposizione a stabilire una relazione con chi si occupa di lui è indipendente dal fatto che questo gli fornisca cibo e nutrimento. In questo periodo è il sostegno dato all’Io dall’assistenza materna che permette al piccolo di vivere e di svilupparsi, malgrado egli non sia ancora capace di sentirsi responsabile di ciò che è buono e cattivo nell’ambiente e di controllarlo (Winnicot, 1970) .

Le ricerche condotte in campo psicoanalitico sull’importanza delle relazioni familiari per lo sviluppo dell’individuo hanno indicato la consultazione terapeutica, una prospettiva di salute per l’intero nucleo familiare, favorendo l’abbandono di una consultazione esclusiva sulla prima infanzia. Le finalità principali di un tale impegno erano quelle di promuovere il miglioramento delle competenze genitoriali e le potenzialità di sviluppo del bambino.

Il lavoro pioneristico compiuto della psicoanalista Selma Fraiberg, in questo ambito di studi, costituisce il frutto di anni di esperienza clinica con le famiglie nel portare alla luce remote angosce e la loro influenza sulle relazioni familiari.

I fantasmi di cui l’autrice parla, intrusi del passato che hanno preso la residenza nella stanza dei bambini, costituiscono l’eredità psicologica di una tragedia familiare destinata a ripetersi per generazioni, la cui individuazione, ha aperto la via alla comprensione della ripetizione del passato nel presente. Un’indagine che con accoglienza, attenzione e silenzio concede l’emergere di orrori rimossi che legano genitori, figli e nipoti in una perversa spirale di sofferenza. Un passato di segreti di famiglia, promiscuità, crimine, abbandono, abusi infantili, trascuratezza, disordine e anche psicosi accomunano due donne la sig.ra March e Annie e le relazioni problematiche con il loro figli, Maria e Greg.

Il comportamento dei bambini, giunti molto piccoli in osservazione, a soli rispettivamente cinque e tre mesi era permeato per lo più da una difesa molto forte nei confronti del caregiver, l’evitamento. Pochi o nessuno sguardo, sorrisi o vocalizzi, né tentativi di girare la testa verso la mamma o di cercarla in momenti di angoscia o disagio. Quasi una profonda compromissione del canale uditivo e visivo peggiorato nel caso di Greg anche da denutrizione.

In assenza di modelli di trattamento a disposizione, l’impresa compiuta dalla Fraiberg e dai suoi collaboratori è stata quella di sviluppare un programma per la salute mentale infantile introducendo via via metodi nel corso dell’attività clinica. L’utilizzo del transfert, la ripetizione del passato nel presente e l’interpretazione erano al centro della psicoterapia psicoanalitica utilizzata, accompagnata da osservazioni dello sviluppo del bambino e della responsività del comportamento materno.

La risposta al quesito clinico che coinvolge le madri in una abnorme difficoltà di ascolto delle grida strazianti degli infanti proviene dalla storia degli stessi dei genitori, affollata di fantasmi.

L’individuo singolarmente preso non utilizza tutti i possibili meccanismi di difesa, ma si limita a selezionarne alcuni, questi però si fissano nel suo Io, diventano modalità abituali di reazione del suo carattere che si ripetono nel corso dell’intera esistenza ogniqualvolta, si presenta una situazione analoga a quella originaria (Freud, 1937).

La signora March era stata a sua volta una bambina abbandonata da una madre che aveva sofferto di psicosi post-partum, cresciuta prima da una zia ed in seguito dalla nonna in una situazione di povertà e promiscuità. Si tratta di una madre le cui grida non sono state sentite, il cui dolore insopportabile è stato tagliato fuori, lasciando spazio ad uno sguardo vuoto e senza speranza, proprio quello che traspariva dagli occhi dalla piccola Marie. La rivelazione dei vecchi sentimenti di bambina era sopraggiunta grazie al lavoro terapeutico, così come il sollievo di poter piangere e sentire il conforto e la comprensione del suo terapeuta. L’ascolto delle grida della madre aveva permesso l’ascolto di quelle del suo bambino innescando una serie di cambiamenti positivi nella relazione diadica con scambi di tenerezze e attenzioni.

 Il passato di sofferenze di Annie, una mamma adolescente che alterna accessi di rabbia a umore estremamente depresso aveva ugualmente compromesso la capacità di prendersi cura del suo bambino Greg. Annie era stata abbandonata dalla madre e picchiata per banali disobbedienze dal suo patrigno alcolizzato. Un’intensa paura che impulsi sadici e distruttivi potessero condurla a picchiare e uccidere il suo bambino, proprio come faceva il suo patrigno con lei, la costringeva a evitare il contatto con il piccolo. Anche in questo caso la vicinanza consapevole con vissuti emotivi di rabbia, paura, tristezza e abbandono, le ha consentito di separarsi della dall’identificazione con l’aggressore in atto, in favore di un avvicinamento al figlio. I progressi compiuti hanno permesso di sradicare prima l’evitamento, poi uno strano sorriso che il bambino mostrava ai suoi comportamenti aggressivi, gli stessi che lei aveva usato per tollerare affetti dolorosi.

Un esame profondo delle dinamiche relazionali disfunzionali, l’attribuzione di un significato a comportamenti distruttivi o scarsamente responsivi, sentire le proprie emozioni, può rappresentare un dispositivo di prima scelta delle nuove generazioni di genitori. Accogliere la nascita di un bambino concretamente comporta il riesame del proprio mondo interiore, delle figure, delle relazioni, delle emozioni, delle esperienze che l’hanno definito e l’elaborazione di antiche sofferenze in modo da aprirsi a questo passaggio con piena maturità.

Diventare genitore diviene così un compito complesso da gestire, in cui si palesano aspetti concreti e fantasmatici trasmessi dal genitore al figlio e in cui è indispensabile raggiungere la guarigione del caregiver per il funzionamento ottimale dell’intero nucleo familiare.

 

BIBLIOGRAFIA:

 

 

 

 

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Alessitimia. Quando mancano le parole per le emozioni…

 

 

 

 

Se pensiamo alla nostra infanzia e all’educazione che abbiamo ricevuto, molto probabilmente qualche adulto di riferimento ci avrà detto che sarebbe stato bene esprimere e tirar fuori sempre le proprie emozioni, o all’opposto, che invece tutto ciò era di scarsa utilità. Pertanto sarebbe stato più opportuno “vedersela da sé”, magari reprimendole o dando loro scarsa importanza.

Che ne facciamo noi delle nostre emozioni? Che posto occupano nella nostra vita? Pensiamo e riflettiamo su di esse o riteniamo che siano secondarie rispetto al mondo fisico e all’agire?

Oggi non vi sono più dubbi che la consapevolezza e l’espressione delle emozioni siano indispensabili per il mantenimento di uno stato di benessere. Tuttavia esserne consapevoli e capaci di esprimerle non risulta così scontato.

Negli anni Cinquanta MacLean spiegò la difficoltà nel riconoscimento delle emozioni riscontrata nei pazienti che soffrivano di disturbi psicosomatici. Le emozioni non potendo essere rappresentate psicologicamente  sotto forma di desideri, fantasie e pensieri, si esprimerebbero solo corporeamente attraverso un’attività viscerale.

Successivamente si cominciò a studiare questo argomento anche da un punto di vista psicoanalitico, quando a Parigi alcuni ricercatori, guidati da Pierre Marty, pubblicarono una serie di osservazioni tratte da psicoterapie condotte su pazienti che soffrivano di malattie mediche. L’assenza di un’adeguata elaborazione psicologica di emozioni e traumi, farebbe sì che questi si esprimano prevalentemente nel corpo.

Inoltre il pensiero è spesso carente di fantasia e creatività e la modalità di relazione con l’altro risulta spesso priva di emozioni. E’ come se nel rapporto con gli altri ci si coinvolgesse solo a metà! Spesso manca il riferimento ai propri vissuti, ai sentimenti, ai propri desideri e c’è la tendenza a ricorrere all’azione per evitare problemi e conflitti. Le relazioni affettive, pertanto, si caratterizzano per un eccesso di superficialità o al contrario per un’eccessiva dipendenza.

L’importanza del concetto di alessitimia è tale da essere considerato come un nuovo potenziale paradigma per la psicosomatica che potrebbe sostituire o integrare le teorie che vedono le malattie come conseguenze di conflitti psicologici.

Negli ultimi trent’anni questa ipotesi è stata oggetto di centinaia di ricerche cliniche e sperimentali che hanno confermato il suo valore sul piano diagnostico e terapeutico. la presenza di tratti alessitimici viene quindi ritenuta oggi un importante fattore di rischio psicosomatico.

L’alessitimia tuttavia non è sempre associata a condizioni di malattia, me è un tratto che si riscontra con elevata frequenza anche nella popolazione sana; ad esempio è stato evidenziato in circa un quarto di un vasto gruppo di adolescenti. Non costituisce quindi una diagnosi psicopatologica , ma è piuttosto un tratto stabile di personalità che interagisce in modo specifico con altri fattori biologici e psicosociali, predisponendo alla somatizzazione e allo sviluppo di talune malattie.

Attraverso un percorso psicologico finalizzato a sollecitare la riflessione e la possibilità di poter pensare le proprie emozioni, è possibile acquisire una maggiore consapevolezza di sé, ristabilendo  l’equilibrio tra mente e corpo. In questo sta la saggezza dell’antico detto: mens sana in corpore sano!

 

Fonte:  G. Trombini, F. Baldoni, ” DISTURBI PSICOSOMATICI”, Il Mulino, Bologna, 2001.

 

 

 

Chiamiamole Emozioni…

"OGNI EMOZIONE E' UN MESSAGGIO. IL VOSTRO COMPITO E' ASCOLTARE." G. Zukav

“OGNI EMOZIONE E’ UN MESSAGGIO. IL VOSTRO COMPITO E’ ASCOLTARE.”
G. Zukav

 

“Capire tu non puoi/tu chiamale se vuoi/ emozioni…” recitava una strofa di una memorabile canzone di Battisti. Ineffetti le nostre emozioni sono tutto; possono anche causarci sofferenza, ma senza sarebbe impensabile orientarsi nella vita. Per questo non andrebbero mai ignorate. Eppure spesso non è così scontato decifrare quello che si prova; a volte la paura può confondersi con la rabbia o addirittura con la tristezza. Altre volte le emozioni sono così violente che invadono completamente, bloccando la capacità di pensare; o ancora non si riesce ad esprimerle, a verbalizzarle. Restano sommerse da qualche parte e inconsapevolmente determinano le nostre scelte.

Trovare “le parole per dirlo”, accettare anche le emozioni più negative (l’invidia, l’odio, l’essere egoisti) che, in questo modo divengono pensabili, tollerare l’ambivalenza, in fondo insita in ogni rapporto umano, permette di vivere un rapporto più autentico con se stessi. Possiamo avere pensieri ed emozioni di cui non siamo consapevoli. Questa è la regola, non l’eccezione, perché la maggior parte della nostra vita mentale si svolge al di fuori della propria coscienza. Tuttavia diventare consapevoli di ciò che si pensa  e di ciò che si sente, significa essere più liberi!

Pensiamo alla gioia che riusciamo a  leggere nella luce di certi occhi ma anche a quelle emozioni più fragili e segrete che chiedono di essere riconosciute e ascoltate, come nel dolore e nella sofferenza. In ogni caso da esse non possiamo prescindere, sia che si voglia tentare di conoscere se stessi, sia per lo svolgimento di ogni relazione interpersonale.

Precisamente, poiché ciascuno di noi è un’ individualità irripetibile, nei vari contesti in cui possiamo trovarci, avremo i nostri particolari pensieri e le nostre particolari emozioni. Nei vari avvenimenti di vita, è come se ciascuno di noi avesse il suo esclusivo modo di funzionare; d’altronde ciascuno ha la sua organizzazione di personalità. E ” Il miglioramento in psicoterapia passa attraverso la consapevolezza di quella che è la propria modalità”.