Alessitimia. Quando mancano le parole per le emozioni…

 

 

 

 

Se pensiamo alla nostra infanzia e all’educazione che abbiamo ricevuto, molto probabilmente qualche adulto di riferimento ci avrà detto che sarebbe stato bene esprimere e tirar fuori sempre le proprie emozioni, o all’opposto, che invece tutto ciò era di scarsa utilità. Pertanto sarebbe stato più opportuno “vedersela da sé”, magari reprimendole o dando loro scarsa importanza.

Che ne facciamo noi delle nostre emozioni? Che posto occupano nella nostra vita? Pensiamo e riflettiamo su di esse o riteniamo che siano secondarie rispetto al mondo fisico e all’agire?

Oggi non vi sono più dubbi che la consapevolezza e l’espressione delle emozioni siano indispensabili per il mantenimento di uno stato di benessere. Tuttavia esserne consapevoli e capaci di esprimerle non risulta così scontato.

Negli anni Cinquanta MacLean spiegò la difficoltà nel riconoscimento delle emozioni riscontrata nei pazienti che soffrivano di disturbi psicosomatici. Le emozioni non potendo essere rappresentate psicologicamente  sotto forma di desideri, fantasie e pensieri, si esprimerebbero solo corporeamente attraverso un’attività viscerale.

Successivamente si cominciò a studiare questo argomento anche da un punto di vista psicoanalitico, quando a Parigi alcuni ricercatori, guidati da Pierre Marty, pubblicarono una serie di osservazioni tratte da psicoterapie condotte su pazienti che soffrivano di malattie mediche. L’assenza di un’adeguata elaborazione psicologica di emozioni e traumi, farebbe sì che questi si esprimano prevalentemente nel corpo.

Inoltre il pensiero è spesso carente di fantasia e creatività e la modalità di relazione con l’altro risulta spesso priva di emozioni. E’ come se nel rapporto con gli altri ci si coinvolgesse solo a metà! Spesso manca il riferimento ai propri vissuti, ai sentimenti, ai propri desideri e c’è la tendenza a ricorrere all’azione per evitare problemi e conflitti. Le relazioni affettive, pertanto, si caratterizzano per un eccesso di superficialità o al contrario per un’eccessiva dipendenza.

L’importanza del concetto di alessitimia è tale da essere considerato come un nuovo potenziale paradigma per la psicosomatica che potrebbe sostituire o integrare le teorie che vedono le malattie come conseguenze di conflitti psicologici.

Negli ultimi trent’anni questa ipotesi è stata oggetto di centinaia di ricerche cliniche e sperimentali che hanno confermato il suo valore sul piano diagnostico e terapeutico. la presenza di tratti alessitimici viene quindi ritenuta oggi un importante fattore di rischio psicosomatico.

L’alessitimia tuttavia non è sempre associata a condizioni di malattia, me è un tratto che si riscontra con elevata frequenza anche nella popolazione sana; ad esempio è stato evidenziato in circa un quarto di un vasto gruppo di adolescenti. Non costituisce quindi una diagnosi psicopatologica , ma è piuttosto un tratto stabile di personalità che interagisce in modo specifico con altri fattori biologici e psicosociali, predisponendo alla somatizzazione e allo sviluppo di talune malattie.

Attraverso un percorso psicologico finalizzato a sollecitare la riflessione e la possibilità di poter pensare le proprie emozioni, è possibile acquisire una maggiore consapevolezza di sé, ristabilendo  l’equilibrio tra mente e corpo. In questo sta la saggezza dell’antico detto: mens sana in corpore sano!

 

Fonte:  G. Trombini, F. Baldoni, ” DISTURBI PSICOSOMATICI”, Il Mulino, Bologna, 2001.

 

 

 

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Chiamiamole Emozioni…

"OGNI EMOZIONE E' UN MESSAGGIO. IL VOSTRO COMPITO E' ASCOLTARE." G. Zukav

“OGNI EMOZIONE E’ UN MESSAGGIO. IL VOSTRO COMPITO E’ ASCOLTARE.”
G. Zukav

 

“Capire tu non puoi/tu chiamale se vuoi/ emozioni…” recitava una strofa di una memorabile canzone di Battisti. Ineffetti le nostre emozioni sono tutto; possono anche causarci sofferenza, ma senza sarebbe impensabile orientarsi nella vita. Per questo non andrebbero mai ignorate. Eppure spesso non è così scontato decifrare quello che si prova; a volte la paura può confondersi con la rabbia o addirittura con la tristezza. Altre volte le emozioni sono così violente che invadono completamente, bloccando la capacità di pensare; o ancora non si riesce ad esprimerle, a verbalizzarle. Restano sommerse da qualche parte e inconsapevolmente determinano le nostre scelte.

Trovare “le parole per dirlo”, accettare anche le emozioni più negative (l’invidia, l’odio, l’essere egoisti) che, in questo modo divengono pensabili, tollerare l’ambivalenza, in fondo insita in ogni rapporto umano, permette di vivere un rapporto più autentico con se stessi. Possiamo avere pensieri ed emozioni di cui non siamo consapevoli. Questa è la regola, non l’eccezione, perché la maggior parte della nostra vita mentale si svolge al di fuori della propria coscienza. Tuttavia diventare consapevoli di ciò che si pensa  e di ciò che si sente, significa essere più liberi!

Pensiamo alla gioia che riusciamo a  leggere nella luce di certi occhi ma anche a quelle emozioni più fragili e segrete che chiedono di essere riconosciute e ascoltate, come nel dolore e nella sofferenza. In ogni caso da esse non possiamo prescindere, sia che si voglia tentare di conoscere se stessi, sia per lo svolgimento di ogni relazione interpersonale.

Precisamente, poiché ciascuno di noi è un’ individualità irripetibile, nei vari contesti in cui possiamo trovarci, avremo i nostri particolari pensieri e le nostre particolari emozioni. Nei vari avvenimenti di vita, è come se ciascuno di noi avesse il suo esclusivo modo di funzionare; d’altronde ciascuno ha la sua organizzazione di personalità. E ” Il miglioramento in psicoterapia passa attraverso la consapevolezza di quella che è la propria modalità”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Psicosomatica: è il corpo che parla!

E SE FOSSI IO A DIRTI QUELLO CHE NON VUOI SENTIRTI DIRE, TU MI ASCOLTERESTI?

E SE FOSSI IO A DIRTI QUELLO CHE NON VUOI SENTIRTI DIRE, TU MI ASCOLTERESTI?

 

L’approccio psicosomatico ha in realtà una portata generale e rimanda all’idea di affrontare quelli che sono i rapporti tra ciò che è fisico e ciò che è psichico, non in termini di opposizione o di separazione, bensì in termini di interazione (unità mente-corpo).

Si tratta di una prospettiva globale e in tal senso si può dire che tutte le malattie siano “psicosomatiche” : ogni malattia è un’alterazione dell’essere nella sua totalità, e non ci si ammala in qualsiasi circostanza. Potremo scovare un senso esistenziale in ogni affezione somatica.

Un certo numero di manifestazioni possono essere definite psicosomatiche. Di cosa si tratta? Evidentemente si tratta di affezioni viscerali che comportano vere e proprie alterazioni anatomiche. La malattia psicosomatica appare come una reazione del malato alle condizioni della sua esistenza, come una sorta di “errore” negli scambi con l’ambiente che lo circonda. Così del soggetto non si può dire che abbia una malattia, ma piuttosto si dice che è malato!

La prospettiva psicosomatica ci invita pertanto a tener conto di una causalità plurifattoriale, che contempla, tra i diversi fattori coinvolti, anche una problematica conflittuale, radicata nella storia personale del soggetto e che si “scarica” sul corpo. Così un organo sembra sacrificarsi a difesa dell’individuo. Un solo organo inizia a parlarci di emozioni che non si riesce a verbalizzare.

Le affezioni psicosomatiche più frequenti e studiate sono quelle che colpiscono la sfera digestiva , l’apparato respiratorio, la pelle e l’apparato cardio-vascolare: dall’ulcera gastro-duodenale all’asma e all’ipertensione arteriosa. Tuttavia è bene precisare che il nostro organismo esposto allo stress può ammalarsi, ma che lo stress, in ogni caso, risulta essere un fattore a-specifico; nel senso che può giocare un ruolo nel far emergere una predisposizione al manifestarsi di certe patologie.

Quello che ormai gli studi di settore hanno ampiamente dimostrato è che il grado più o meno elevato di mentalizzazione  può svolgere un importante ruolo protettivo. Il compito di un intervento psicologico pertanto in simili disturbi è proprio sul gradiente di mentalizzazione del soggetto.

La mentalizzazione è la capacità di rappresentarsi gli stati mentali propri e altrui in termini di credenze e stati emotivi; è la capacità di simbolizzare i conflitti affettivi, ma anche di attribuire un significato alla propria sofferenza emotiva e ai propri impulsi. Incoraggiare  a mentalizzare (Fonagy) diventa allora particolarmente significativo laddove vi sia una difficoltà a verbalizzare i propri affetti, a trovare le parole per esprimere le proprie emozioni, ad accedere alla propria vita fantasmatica che risulta come “bloccata”; evitando che certi conflitti prendano la strada del corpo.

“Cosa penso di quello che mi è successo o sta accadendo? Quanto dipende da me e quanto dagli altri? Cosa provo, cosa sento in questo momento? ” : la mentalizzazione ha sempre a che fare con le relazione e la capacità di mentalizzare si struttura a partire dalla relazione di attaccamento che sviluppiamo nel corso della prima infanzia con le nostre figure di riferimento. “Imitare per essere”, scriveva Gaddini; è quello che fa il bambino e d’altronde è attraverso la relazione psicoterapeutica e attraverso il rispecchiamento che in essa avviene, che possiamo prendere contatto con le nostre emozioni e sviluppare o accrescere tale capacità.

La nostra matrice è corporea e la nostra mente in fondo è  un modo raffinato di essere del corpo.